Piani di cottura
Ostacoli | Film |
Film che ruotano attorno la metafora del cibo Film con protagonisti cuochi |
1 - God of cookery
2 - The untold story 3 - Mangiare bere uomo donna 4 - Ratatouille |
E fu così che tornò uno dei temi ricorrenti di Five Obstructions. Torna in una variazione la famigerata parola “piani”. Abbiamo trattato dei piani di realtà, abbiamo trattato dei piani temporali e di tutti i piani fisici e metafisici che l’uomo ha saputo scoprire e/o inventare. Al punto che Damiano al solo sentire la parola “piano” comincia a sentirsi prudere tutto e sbuffa in continuazione. Ma questa volta si va avanti, si va oltre rispetto al passato. Questa volta si parla di piani di cottura. Ebbene sì, per una persona che ha fatto religione del cibo come me non poteva mancare, prima o poi, la variazione culinaria. Facciamo quindi spazio a tutti quei film che in qualche modo sono legati all’ambiente sacro della preparazione del cibo che ci sfama e ci appaga ogni giorno. Protagonisti cuochi e storie incentrate sulla loro vita e su ciò che fanno meglio: il cibo!
1 - God of cookery
Stephen Chow è dall’inizio della sua carriera un simpaticissimo anarchico parodistico, spina ridanciana nel fianco della filmografia di Hong Kong. I suoi film, alla fine di tutto, sono molto simili l’uno all’altro. Si basano sull’assunto della parodia, la maggior parte delle volte a sfondo wuxia (o gongfu) pian, anche se non sempre. Cito giusto Shaolin soccer. In God of cookery questo schema viene seguito. E se il cibo è balamente metafora della vita e del successo, il mezzo con cui questo viene raggiunto, il kung fu tra i fornelli, è esplosivamente comico e certamente riuscito.
Non originalissimo, questo c’è da dire. Johnnie To c’è riuscito meglio con il suo Fat Choi Spirit (e più seriamente con Sparrow), che in chiusura si richiamava direttamente a Once upon a time in China. Perché il problema principale di God of cookery è che si affida a una struttura troppo solida e utilizzata. Struttura che ha come componente di base una sequenza facile facile. Inizio col protagonista che ha un successo immeritato, che si monta la testa e vende la sua “arte”, l’arrivo del nuovo sfidante arrogante che lo riporta nella polvere che si meriterebbe, acquisita consapevolezza del valore dell’impegno e dell’animo puro, sfida finale con l’antagonista e trionfo. Quanti film hanno questo schema? Tanti, troppi.
Fortunatamente se Chow non è capace di innovare il genere parodistico, né di creare un film che regga da solo un impianto più abile nel nascondere la mancanza di originalità, questo non si estende alla cosa più importante. E cioè al far ridere. Con God of cookery si ride, tanto e di gusto. E’ un film ripieno di situazioni paradossali e grottesche, queste sì scritte magistralmente, e non potrete fare a meno di amarlo per questo.
Leggi la scheda del film >>>Voto (3/5): | ![]() |
2 - The untold story

Che cosa rappresenta il cibo quando pensiamo alla classica ragazza appena mollata, triste e in pigiama che passa la sua serata con in mano una vaschetta di gelato? Tristezza, forse. Consolazione, probabilmente. Io, da malizioso, penso al rancore. Cibo trasformato, comunque sia, in uno sfogo dei sentimenti, nello sfogo nero e diametralmente opposto a quello propositivo. Vendetta e piangersi addosso. In questo senso possono essere viste, ad esempio, alcune tragedie greche. Penso a Medea, in primis. E a questo Untold story.
Innanzi tutto The untold story è una storia vera. Nel 1978 un tizio uccise un creditore, scappò all’estero e aprì un ristorante. E per farlo trucidò tutti quelli che gli mettevano i bastoni tra le ruote. E nel film questa rabbia contro un mondo che il protagonista non riesce a capire viene sfogata nella furia omicida del cibo. Il suo mancato inserimento lo rende feroce e lo porta a uccidere e cucinare le vittime per i suoi clienti. Il punto di forza del film è dato anche dal fatto che questo terribile serial killer non è per nulla speciale. E’ normale. Normalissimo. Quasi stupido e banale. La stupidità e la banalità dell’orrore vero, quello che trasforma le persone comuni in mostri.
Ancora più grottesco è il film se si pensano ai siparietti comici del reparto di polizia cui vengono affidate le indagini. Purtroppo, a mio avviso, quest’idea della comicità poteva essere sfruttata meglio, per far stridere ancora di più con la parte sanguinosa (gore estremo, ben lontano dalle pagliacciate cartoonesche di film giapponesi come Cruel Restaurant). Così è troppo facilona, banale e non aggiunge il fascino che questo film si sarebbe meritato.
Voto (2/5): | ![]() |
3 - Mangiare bere uomo donna
L’occasione del dialogo e dell’incontro. Questo è il cibo per Ang Lee, o meglio per il suo protagonista. Il film si incentra su un momento: i pranzi domenicali che sono la delizia della vita del proprietario di un ristorante di Taiwan. Attorno a questo tavolo scorrono le vite delle sue tre figlie impegnate a trascorrere al meglio la loro vita e i loro tormenti sentimentali e non.
Queste vite sono a loro volta indissolubilmente legate al cibo. Il frutto non cade mai troppo lontano dall’albero. E allora abbiamo la figlia di mezzo tenuta lontana dai fornelli in quanto figlia di una società all’antica e oppressiva, o la più piccola impiegata in un fast food. E’ un film che vive di contrasti quindi, nell’accezione più teatrale e classica del termine. Un film che quindi può essere analizzato ed interpretato solo nel suo trasformarsi in metafora ed esempio della vita di tutti i giorni.
Una piccola gemma che però può essere apprezzata poco dal grande pubblico, specialmente occidentale, che può vedere le oppressioni e le frustrazioni dipinte come troppo distanti e diverse dalla sua esperienza (ma grattata la superficie ci si rende conto di come Ang Lee sia capace di universalizzare). Da questo punto di vista è molto più riuscito un altro film di Lee, curiosamente anch’esso incentrato su una situazione culinaria assai particolare e importante: Il banchetto di nozze. Ma allora come ora il cibo è un momento di apertura e di dialogo con gli altri e con se stessi, un momento di riflessione per capire chi siamo, chi siamo stati e chi vogliamo essere.
Voto (4/5): | ![]() |
4 - Ratatouille
Quando si parla di cibo come metafora si allude quasi sempre, in maniera scontata, all’amore. Raramente alla vita in generale. Eppure la vita tra i fornelli per il suo essere complessa e per il suo richiedere una incredibile dose di talento e tecnica non credo che meriti tutte queste banalizzazioni da bacio Perugina. Se ne accorse la Pixar che, con questo Ratatouille, riuscì a donargli forse la sua rilettura migliore. Cibo visto come cinema e arte in generale, come il cinema e l’arte della Pixar in particolare.
Tutto il film si basa sull’incredibile e sul nuovo. L’incredibile è che un ratto e uno sguattero buono solo a pulire per terra (e, forse, nemmeno a quello) siedano sul trono dell’arte culinaria mondiale. Il nuovo, sottolineato dalla recensione di Gusteau finale (uno dei migliori monologhi del XXI secolo e, di sicuro, il migliore scritto dalla Pixar), è dato dalla distruzione delle certezze di ciò che era. Il nuovo è saper rischiare nell’esaltare ciò che nessuno o in pochi conoscono, di contro ai molti che preferiscono affidarsi alla certezze chiuse e autarchiche di ciò che già sanno, autonegandosi il piacere estremo della scoperta.
Ed è questo che fa la Pixar. E’ incredibile perché nessuno si aspettava una tale profondità, una rivoluzione dell’animazione occidentale, da una casa di effetti speciali in computer grafica. E’ il nuovo perché prende e rileva la sicura e tradizionale Disney, al punto da potersi permettere di comprarla. Temi che alla fine sono diventati un marchio di fabbrica, anche trito, di questa casa, da Toy story ad Up. Ma che in questo caso sono esplosivi e divertenti come non mai. Una lezione di vita che insegna ad uscire dal guscio dell’isolamento e dedicarsi al meticcio, al mescolarsi, allo scoprire.
Voto (5/5): | ![]() |